Nel mondo della Formula 1 e delle corse automobilistiche in generale, ci sono momenti che restano impressi nella memoria non solo dei protagonisti in pista, ma anche negli animi dei manager e dei team principal che vivono intensamente ogni stagione. Zak Brown, CEO di McLaren Racing, ha recentemente condiviso un ricordo doloroso che ancora oggi suscita forti emozioni: il fallimento dell’avventura di Fernando Alonso alla 500 Miglia di Indianapolis del 2019.
Per gli appassionati di motorsport, quell’edizione della Indy 500 rappresenta uno degli episodi più discussi della collaborazione tra Alonso e McLaren. Il sogno dell’asso spagnolo - già due volte campione del mondo di Formula 1 - era quello di completare la famosa "Triple Crown": vincere Monaco, Le Mans e Indianapolis. Dopo l’esperienza entusiasmante del 2017, in cui aveva dimostrato competitività prima di un guasto, il 2019 sembrava l’anno giusto per tentare il colpaccio. Ma la realtà si rivelò molto più dura.
McLaren, desiderosa di dimostrare la propria abilità anche oltre la Formula 1, decise di affrontare l’evento schierando Alonso con una struttura dedicata. Tuttavia, una serie di problematiche tecniche, errori organizzativi e decisioni sbagliate portarono a uno dei momenti più cupi nella storia recente della scuderia britannica: la mancata qualificazione di Alonso alla classica americana.
Secondo Brown, quell’esperienza fu un vero incubo, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche personale. Il manager americano ha raccontato come sia stato “il punto più basso della sua carriera”, dovendo affrontare un fallimento doloroso proprio quando le aspettative erano altissime sia da parte del pubblico che degli sponsor.
La mancata qualifica fu il risultato di una lunga serie di errori che hanno compromesso il progetto fin dall’inizio: scelta tardiva del telaio, prove saltate, imprecisioni nella preparazione della monoposto e persino problemi logistici. Tutto questo ha sconvolto i piani di un campione come Alonso, abituato a combattere sempre per la vittoria e non per entrare in griglia.
Brown non ha nascosto quanto sia stato difficile dover dare spiegazioni all’interno del team, davanti agli sponsor e soprattutto a un pilota del calibro di Alonso. Il CEO di McLaren ha anche sottolineato come quell’esperienza abbia rappresentato uno spartiacque: il team ha imparato dai propri errori, ristrutturando radicalmente l’approccio alle competizioni e migliorando il proprio livello organizzativo.
In effetti, dopo quell’amara lezione, McLaren ha iniziato un percorso di risalita che nel corso degli anni ha portato risultati sempre più convincenti sia in Formula 1 che nelle competizioni d’oltreoceano. La crescita tecnologica, la scelta accurata dei collaboratori e il rafforzamento del legame con i piloti hanno permesso al team di tornare a recitare un ruolo da protagonista. Non a caso, la presenza di Alonso, pur se limitata nel tempo, è servita come sprone per investire ancora di più sulle persone e sul know-how tecnico.
Il rapporto tra Alonso e Brown, seppur segnato da quell’episodio, rimane improntato al rispetto reciproco. Anzi, secondo molti addetti ai lavori, quella delusione ha rafforzato ulteriormente i valori di trasparenza, dedizione e resilienza che ora caratterizzano la McLaren moderna. E chissà che un giorno, magari con altri interpreti, la sfida di Indianapolis non possa finalmente trasformarsi in una favola a lieto fine per il team di Woking.
Per tutti i tifosi della Formula 1, questa storia rammenta quanto siano sottili i confini tra successo e sconfitta, e quanto sia importante non abbattersi di fronte agli insuccessi, ma anzi utilizzarli come leva per costruire un futuro ancora più vincente.